ll luogo dell'anima tra arte, scienza e letteratura



Come annunciato, ecco la seconda parte dell’articolo di ieri!


Partiamo da Albert Einstein

“La barca a vela,

la vista sconfinata,

le solitarie

passeggiate autunnali,

la relativa quiete…

è un paradiso”


Albert Einstein, 1929

Einstein ebbe una vita molto complessa e viaggiò moltissimo, per esigenza, studi e piacere. La sua vita oscillò soprattutto tra Germania, Svizzera e America. Potremmo dire che due furono, sostanzialmente, i suoi luoghi dell’anima: Caputhe Princeton. Caputh, in Germania, è simbolo di un luogo dell’anima che può esserci portato via, un luogo dell’anima che c’è, ma solo in date circostanze, altrimenti smette di essere di conforto.

“Einstein voleva un po’ di solitudine per il suo cinquantesimo compleanno, un rifugio dall’invadenza del pubblico. Così nel marzo 1929 riparò […] nel villino del giardiniere di una tenuta sul fiume Havel di cui era proprietario Janos Plesh, una brillante e pettegola celebrità della medicina […] Einstein visse da solo, cucinandosi i pasti […]. La città di Berlino, su proposta dell’instancabile impiccione dottor Plesh, decise di onorare il suo cittadino più famoso conferendogli l’usufrutto a vita di una casa di campagna che faceva parte di una vasta tenuta sul lago […]. Là avrebbe potuto rifugiarsi, uscire con la sua piccola barca a vela e scarabocchiare le sue equazioni in pace”

- Walter Isaacson, Einstein,Mondadori, 2011, pag 346

Sebbene, per Einstein, Caputh fosse un idilliaco luogo dell’anima, certamente la Germania non era il paese più adatto a fargli da cornice e Einstein ad un certo punto decise di non tornarvi più, dopo che i nazisti avevano profanato il suo villino alla ricerca di prove da utilizzare contro di lui per costringerlo a lasciare la Germania e la carriera.

Einstein non tornò mai più a Caputh, ma restò sempre affezionato a quel villino, “profanato” dai tedeschi.

Il secondo luogo dell’anima che abbiamo citato è molto simile, per certi aspetti, a quello di Caputh. Einstein era già stato alcune volte in America, ma solo di passaggio; nel 1935 decise però di prendere residenza in America e di fermarsi a Princeton, dove era stata messa in vendita una casa, solo un isolato più in là rispetto a quella che avevano preso in affitto l’estate prima lui e la moglie.


“Era una modesta struttura rivestita di assicelle bianche che guardava, attraverso un piccolo giardino anteriore, su una delle gradevoli arterie fiancheggiate da alberi della città: il 112 di Mercer Street era destinato a diventare un’icona di fama mondiale, non a causa della sua grandiosità, ma perché si intonava perfettamente, quasi simbolicamente, all’uomo che vi viveva. […] La casa era modesta, graziosa, affascinante e senza pretese. […] Elsa sovraintese alla realizzazione di uno studio al primo piano per Einstein […] e fu installata una finestra panoramica che guardava sul lungo e lussureggiante giardino posteriore. Su entrambi i lati gli scaffali arrivavano fino al soffitto. Al centro c’era un grande tavolo di legno, ingombro di carte, pipe e matite, con vista sulla finestra, e c’era una comoda sedia su cui Einstein sedeva per ore”

- Walter Isaacson, Einstein, Edizioni Mondadori, Milano, 2011, pag 424-425



Passiamo adesso a Monet, famoso pittore francese che tutti conosciamo per l’impressionismo.

“Cogliere

l’attimo fuggente,

o almeno

la sensazione che lascia”


Claude Monet

Potremmo dire che il suo luogo dell’anima fosse il giardino delle ninfee, all’interno di una casa da lui acquistata in Normandia nel 1890. Per Monet il giardino era diventato un’ossessione, desiderava avere un posto «che delizi gli occhi» e che provvedesse a fornirgli «soggetti da dipingere»; luogo dell’anima come fonte di ispirazione, quindi (D. Rattazzi, Il sole 24 ore, Il tempo delle ninfee, 26 Aprile 2009).


«Nacque così il celebre stagno. Le radici delle ninfee furono collocate in basi di cemento sul fondo del laghetto, perché le piante non dilagassero diventando infestanti. Monet le considerò comunque troppo numerose e le fece sfoltire regolarmente: le foglie, infatti, impedivano all'artista di vedere la luce riflessa nell'acqua che diventerà un motivo dominante nei quadri dipinti negli ultimi anni. Il ponte sullo stagno è di chiara ispirazione giapponese, ma invece di dipingerlo di rosso corallo, come i ponti che si vedono nelle stampe di Hokusai e di Hiroshige, lo fa tinteggiare di un verde brillante […] “Mi ci è voluto molto tempo per capire le mie ninfee. Le avevo piantate per il gusto di piantarle, e le ho coltivate senza pensare di ritrarle... Non si assorbe un paesaggio in un solo giorno” dichiarò il pittore. […] Comperò anche una barca di legno con tettoia per scivolare sull'acqua e da questa barca, solidamente ancorata a riva con una corda, si metteva a dipingere».


Monet perciò, non potendo andare in Giappone si costruì il Giappone in casa, per avere sempre con sé il proprio luogo dell’anima.


Concludiamo questo excursus con un poeta che ha fatto la storia della letteratura italiana: Giuseppe Ungaretti.

Tanti sono i riferimenti al luogo dell’anima nella poesia di Ungaretti, anche se, nel suo caso, si tratta di un luogo dell'anima che riesce a vedere nel passato, ma che non ritrova nel presente:

“Appisolarmi là/ solo/ in un caffè remoto/ con una luce fievole/ come questa/ di questa luna.”


“In nessuna/ parte/ di terra/ mi posso/ accasare […] Cerco un paese/ innocente”


“Riprenderò la via del mondo. Andrò dove sono forestiero. Dove non è peccato, sacrilegio, essere curiosi di sé.”

Una poesia che esprime totalmente questo tema del luogo dell’anima è I fiumi, che fa parte della raccolta L’Allegria:


"Mi tengo a quest’albero mutilato

Abbandonato in questa dolina

Che ha il languore

Di un circo

Prima o dopo lo spettacolo

Il passaggio quieto

Delle nuvole sulla luna

Stamani mi sono disteso

In un’urna d’acqua

E come una reliquia

Ho riposato"